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18/10/2019


Ma noi ce ne andremo dal ieri angusto che ci ha viste germogliare in cattività. Ce ne andremo con le nostre parole nascoste per anni, gli abbracci mancati e le squallide pietre che ci si sgretolavano addosso.
Ce ne andremo con i pianti silenziosi nel cuore della notte e i sospiri solidificati come macigni sempre più pesanti. Via per costruire altari di resistenza e ribellione, con nient’altro che la nostra vulnerabilità come pilastri.
Via insieme agli anni effimeri di un’infanzia vacillante.
Tra l’arancione e il gelo.
E poi proveremo a raccontare tutto, senza dimenticare il sole, nelle notti d’autunno di quest'oggi straniero.
15/3/2020


La gente si affaccia dai balconi per dare spettacolo ed evadere e questo mi ha profondamente fatto capire come siano strutturati gli italiani: un popolo di mascherati in un perenne carnevale, dentro una perenne tragedia trasformata in canti e balli e risate forti.
In camera mia guardo film e ascolto Vasco B. cantare, leggere poesie e lanciarsi in riflessioni sulla calma, la legge del contrappasso, il sistema capitalistico.
Ogni tanto di sera accendo le lucine sulla libreria e penso all’interconnessione che pratico da una vita in questo posto sperduto e resistente come un’erbaccia.
Non mi era mai capitato, giustamente, di vivere una situazione in cui collettivamente si è costretti a una reclusione forzata, anche se per cause maggiori.
Sto studiando da quando sono tornata, uno studio libero e spontaneo sulla nascita delle idee o, nello specifico, dell’arte concettuale. Christo probabilmente si ritiene il più coraggioso di tutti, forse a ragione, perché lavora per anni a un’opera urbana che modifica la struttura del paesaggio solo per pochi giorni, anche ore, e poi scompare, si decompone a causa della natura o del tempo e a Christo non resta nient’altro che la fatica.
Uno studio sulla ribellione, la rivoluzione e quello strato intimo di poesia che gli artisti concettuali prima e i critici d’arte dopo, si portano dentro.

31/8/2020


É la fine di un’altra
estate perenne,
interminabile
malessere.
L’ho congedata
con la speranza
di un freddo
eterno,
mentre si voltava
portando con sé
le aree grigie
dove
per un po’
siamo stati insieme.

13/1/2021


Per aver indugiato, per aver dismesso, per aver sottovalutato, per essermi sentita superba nella convinzione di conoscere gli altri, per aver riso troppo liberamente, per aver privilegiato la comodità mentale e fisica, per aver liquidato la stanchezza, per essermi posta al di sopra di essa, per non aver rischiato davvero, per l’inettitudine che ho sempre finto di non avere, per le contraddizioni che non ho voluto riconoscere, per le manipolazioni subdole che non ho riconosciuto come mie, per essermi sentita più meritevole e migliore, per essermi fregiata di un titolo, per essermi sentita speciale di certi traguardi, per non aver saputo chiedere scusa, per non aver riconosciuto le mie colpe, per non aver agito abbastanza verso la vita, per averla data per scontato, per non aver usufruito correttamente del tempo, per averne lasciato andare troppo, cullata nella convinzione che sarebbe ritornato al momento opportuno, per aver preteso una vita all’altezza senza pensare che forse la vita che ho è quella che mi merito.

27/9/2021


Ho 29 anni da qualche ora, ho scritto una poesia. Stavolta mi è venuta in inglese, su un'agendina nuova per attirare buoni auspici.
Parla, nella sua breve forma, di parole usate come torce.
Che poi è tutto quello che ho da dire.

29/12/2021


L’ultima parola, quest’anno, va alle ricadute e alla paura che mi fanno: un terrore simile a un attacco di panico in qualche punto desolato e scuro del mondo.
E ora? E ora? E ora? E ora?
Le ricadute generano una predisposizione ai loop. Come si interrompono gesti e voci e ansie?
Io ho pregato, meditato, mi sono sforzata di essere qualcuno che non ero. Ho letto, scritto poesie, mi sono affidata a sorelle di carta, di carne, di note: poi ho anche imparato a fissare il tempo senza parlare. Non parlare è stata forse la cosa più complicata da mettere in pratica, per me, nonostante non lo sappia fare.
Una mattina mi sono svegliata e ho pensato, dopo tanto tempo: il futuro verrà presto. E così è stato.
Adesso – nonostante accompagni per mano i miei limiti al di là di orizzonti, e continui a scrivere poesie, accettando finalmente questa forma per esistere – mi ritrovo momentaneamente in una buca più o meno profonda e aspetto che le pareti si disintegrino.
Una ricaduta, di nuovo.
Da qui risalgo.

Undated.


Ho mal di testa, peso ai dettami dei costumi umani che lavorano instancabilmente per la realizzazione sociale dell’odio proprio e mi sento molto stanca.
Una volta avrei accettato di soccombere senza capire, adesso è il momento propizio per confessare l’immensa piccolezza che mi muove.
Non sono in tempo, in forma, in stato di grazia. La grazia, per me, sono le rare mattine che mi sveglio e sorrido. Non so quale filo nella notte venga slegato: libero, incosciente, a penzolare nel vuoto. So che al mattino poi la testa si fa più leggera e ringrazio tutto, fissando il soffitto.

4/5/2022


Le bambine e i bambini a cui ho insegnato, che ho abbracciato, che mi hanno abbracciata, che ho consolato, che ho protetto, che mi hanno messa di fronte a una forte e viva pazienza sconosciuta, che mi hanno fatta ridere di nascosto perché non si sciupasse la loro ingenuità divina, che mi hanno fatta commuovere per il silenzio troppo grande e loro troppo piccoli, che mi hanno consegnato la loro sconfinata, preziosissima fiducia, che mi hanno salutata nei corridoi guardandomi in attesa, con le loro gare per stringere la mia mano, il regalo di tantissimi disegnini affinché non dimenticassi mai questi mesi.
Hanno giocato con me perché fosse reciproco il vedersi davvero, mi hanno regalato margheritine contro i rimproveri, senza lasciare andare la mia mano alla fine del giorno.
I bambini e le bambine che si sono sostenuti e adorati con una incrollabile tenacia, hanno compiuto l’insperato miracolo di tirarmi fuori dall’abisso con le loro braccine forti e benedette.
Undated.


Non so da dove inizio stanotte per parlarti di strade davanti, di auspici carichi di preghiere (dove inizia l'egocentrismo in un buon augurio ad altri e dove finisce l’intenzione genuina?), ho iniziato a scrivere su fogli nuovi ma io rimango la stessa vecchia peccatrice di troppo sentimentalismo.
Scrivo e nemmeno mi piace il risultato. Non mi fermo perché adesso non lo faccio più fin quando non avrò detto ogni cosa.
A te ho nascosto chi ero veramente perché non sono mai stata capace di disturbare. Ma sì, questa non è una poesia e io mi sento persa perché i fogli non sono più usati, vissuti, imperfetti e simili a me. Questa non è una poesia e avrei bisogno di continuare a cercare le parole per non fermarmi al deplorevole errore di tornare indietro. Forse è qui che ti lascio, insieme al dubbio, alla fine di questa piccola deviazione che mi ha molto incuriosita.
Quando ti ho conosciuto lo specchio mi restituiva nozioni familiari che facevano male, inedite come lo sguardo di una neonata.
Dopo, infatti, ho scritto da qualche parte IL MIO CORPO COME UN CONTINENTE SCONOSCIUTO e mi è venuto, inorridita, da pensare: sogno, forse, di essere colonizzata? Non c’è altro che non sappiamo essere noi occidentali, quando ci esprimiamo? Quanto è patetico sentirsi ospiti in casa propria?
Rimani indietro, forse, insieme al dubbio e questa non doveva essere una lettera ma certe abitudini sono più banali di altre, come il mio vecchio quaderno arancione pieno di appunti, nozioni e poesie che ho messo a riposare perché i tempi si compiono ed è qualcosa che devo imparare ad accettare, questo e tutto ciò che si perde.
Da qui, il proposito buono di disturbare di più.