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Lettere da Marte

Se un giorno dovessi rinchiuderti nei cassetti insieme alle cose che dimentico, ti aggroviglieresti alle cianfrusaglie lasciate al loro squallore e sapresti finalmente di cos'è fatta la polvere e io mi potrò risollevare al di sopra di ogni inadeguatezza, perché adesso che non ci sei rinnego ogni insondabile cosa che ti componeva. Rinnego i piani per essere immortali insieme, le volte che ti ho riconosciuto con la coda dell'occhio, persino quella sera che scrivesti una poesia alle mie costole. Mi hai tolto bugie che tenevano in piedi tutto, da qualche parte in mezzo a una strada deserta, in sogno, ci sono io che mi arrendo dicendo allora è questa la vita, ora. Per quello che ne so sto ancora dormendo. Se dormo non faccio i conti con tutte le domande che hai lasciato sospese, insieme al tuo odore.
Non scommetto più con la solitudine. A Dio adesso chiedo che il cerotto venga strappato più in fretta possibile, tu interpretala come vuoi. Interpreta come vuoi anche il modo casuale in cui ti dico che adesso prego.
Ogni mattina mi sveglio e impreco sul tuo nome come se ti fossi dimenticato di rimettere il tappo al tubetto di dentifricio. Vorrei che te ne andassi, vorrei che mi parlassi. Il pensiero di guardarmi indietro ha mani che scavano nel terreno e come sempre io rimango a guardare i flussi delle ore e sento sollievo. E sento tormento. Da qualche parte ho letto qualcosa sulle contraddizioni che mi ha salvato la vita.

Lettere da Marte

Ogni tanto, quando mi spoglio, mi accorgo del mio seno nudo e mi ritrovo a pensare che poche bocche ne abbiano goduto. È un pensiero che mi intristisce e mi imbarazza. Non chiedermi come mai, con tutto quel lavoro terapeutico che hai fatto su te stessa per bastarti? oppure sei ancora qui, dopo tutti i libri appoggiati sul ventre sui quali ti sei rannicchiata come se fossero un fuoco fatuo e non hai più desiderato altri corpi? o perché ancora pensi alle poche bocche sul tuo seno? Non so perché mi intristisca ancora, se devo essere onesta anche io la considero una sconfitta.
Con le spalle basse, in una resa infantile, ritorno a certi vecchi giorni.
Non romanticizzo più cose ridondanti come le relazioni umane, ne scanso il pensiero con un'immensa stanchezza che prego non mi abbandoni mai. Se dovesse finire quest'agognata illusione, se dovessi precipitare di nuovo in un cascame perenne di convenzioni e insoddisfazioni torbide, potrei benissimo pensare di scomparire una volta per tutte.
Certe sere ondeggio nuda per toccare l'aria, mi mancano i corpi, poso i libri perché mi arrendo ai miei occhi stanchi. Non ti ho mai detto che adesso vivo la vita come se stessi guidando su una lunghissima strada extraurbana: vado, conscia dell'esistenza di brevi deviazioni. Spero non ritorni più il terrore livido di svegliarmi da sola, adesso che ho accettato i conti con la lentezza, il pensiero di star pagando qualche debito grosso con l'universo, l'arroganza che fingevo di non avere. Raduno tutte le sante al mio capezzale per chieder loro di poter scomparire dalla perfezione, rifuggire i traguardi del mondo, rannicchiarmi nello spazio stretto e meticoloso di una clessidra. Mi terrorizza tutto il resto, rifletto, mentre mi accarezzo un capezzolo sovrappensiero.

Lettere da Marte

Le parole che non ti ho detto, come in quel cliché sparksiano, chissà quante volte nella vita – troppe – una persona legga queste sette parole. Adesso capisco un po' di più quella mia amica di tanti anni fa che scriveva lunghe storie con dentro i suoi amori impossibili: pensavo fossero nient'altro che vite effimere le parole d'eterno che leggevo con un timore quasi palpabile, invece è una questione molto seria visto che è ancora lì a scrivere di loro, dopo che di tutto è passato sotto i proverbiali ponti e da qualche parte lì in mezzo anche la nostra amicizia. Sono effimere, certe cose, un po' meno le cattedrali che proliferano dagli occhi di qualcuno che abbiamo amato. Ti dicevo, adesso la capisco almeno un po' anche se ho perso il conto degli anni che sono passati senza più parlarci.
Capisco l'urgenza e il modo ininterrotto di tessere vestiti simbolici su corpi che non sono più fisicamente vicini, o su questa stessa terra, chissà dove siano mai stati poi, com'è che li abbiamo visti in faccia tanto da volerlo raccontare ad ogni costo, possibilmente fino alla fine dei giorni.
Mi frulla da qualche ora in testa questo cliché bistrattato e logorato come una vecchia sciarpa, da quando mi sono per caso ricordata che mi hai amata in un modo molto bello, anche se ad un certo punto è finita ogni cosa che siamo stati e io ti ho aspettato, rancorosa all'ombra, per troppo tempo. Cosa strana, il tempo che ha distrutto ogni gioco e mi ha portata a questa deriva mentale qui in cui mi sveglio ancora con un arcaico senso di insoddisfazione. Dopo tutto, niente è cambiato allora?
Sembra esattamente un'ora fa che ti ho conosciuto e ti ho perso. Scriviamo dei nostri amori irrisolti e impossibili, con buona benedizione delle nostre librerie, perché siamo nevrotici e non lasciamo rimarginare certe ferite? Me lo chiedo ogni giorno se voglio guarire. Ho scritto tutto del mio rancore e te l'ho nascosto in piena vista, come fanno gli opossum che fingono di morire per non farsi toccare dal pericolo e il pericolo, in questo caso, sarebbe stato ricordarmi dell'amore per poterti finalmente lasciare andare.