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1/9/2024


Frammenti
del mio pensare
mi strappano 
famelici
dal centro sereno
dei nostri discorsi
e i concetti 
della mia interezza
diventano aquiloni
disperati
nel vasto soffitto
senza fine.

Tu
leggi in questi voli
disorganizzati
ogni tentativo
mio
di ancorare
i giorni
e dammi tregue
dai riflessi,
ripara
tutti gli specchi rotti.
L'ebbrezza mia
che ti fece
sorridere 
lungo il tragitto
del ritorno
e poi certi anni 
sacri
che non odorano più
di malinconie,
ma aprono le danze
fino al mattino.

Ho pregato
che sia docile
dai baci come sollievi
che sorregga i muri
con l'intenzione dei focolari.
Il pomeriggio 
era pieno di farfalle
e di lacrime.

Consideravo 
nel disperdersi 
di ali,
le miracolose
vie 
dei ritrovi.
L'aria 
sembrava benedetta
tanto
da poter tutto.
Al cielo
e a questo senso
tutto 
devo la docilità 
di mia madre
e il suo sapere
stare al mondo.

Un giorno
mi ferirà sempre meno
l'arroganza
delle circostanze finte
e poche.
29/07/2024


Il riscatto
dalla tragedia dell'inadeguatezza
è un mattino
nella penombra di luglio
un giorno
a Parigi.
Gli uomini della mia vita
non mi incoronarono
con fiori 
ma con aureole 
di cemento,
per il martirio 
della mia grazia.
Non mi spiegai mai
né di ali
né di segni
e il domani 
è un ospite
disprezzato
tra i mobili
rotti 
della mente.
Tutto il tempo
tuo 
sui miei fogli
per destinarti al mondo 
luminoso,
mattino di primavera
e sussulto,
prima parola 
e ultima.

Il succinto
con te
è un concetto ripido
e impercorribile
scrivo 
e non ti mischi
al pulviscolo,
un pomeriggio.

Si nasconde
per un po'
nella catasta di ore
che sposto
non pensandoti,
l'incauta idea 
che covai 
di averti.

Polvere 
e mutamenti di bozzoli
ha portato maggio.
Anche il ricordo 
di me
che compro due tazze
uguali.

Sdraiata sul grande letto
ho sorriso.
La mia mente è un campo stopposo,
un concetto 
a metà:
non cresce niente
niente attecchisce,
se non
certi dolorosi rovi.
Soffocano 
germogli.
I tentativi di un cielo
buono
sono vani
nella prassi del silenzio:
più leggero 
di tutte le parole 
e più impetuoso.
Pesano
sul mio collo
speranze disattese
inequivocabili
come il sole che si leva,
poi un'incapacità 
universale
di sbocciare.
Così vivo,
dimenticando le stagioni
e il bel tempo fuori.
Smembrato il silenzio
nelle uccisioni
innumerevoli.









Umani come insetti.











Nel mio cuore incattivito
le fondamenta
si ribellano al peso
di questo ottovolante

e urlano
e maledicono 

e scordano 
Dio.