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É sempre meno un terrore di sparire irrisolta, adesso è un’epifania quotidiana di cose ciniche e curiose: chissà cosa c’è dopo gli abbandoni, l’immeritato amore, il perduto affanno di stare da sola? Sui gradini di anni senza parole, le ho cercate dietro gli armadi pesanti e scuri, poi una sera d’ottobre dentro un’altra vita, ho tirato via l’ultima e ho sorriso.
Da questa parte della contraddizione i giorni pesano come lana bagnata.
Eppure.
Sii presente, penso al mattino accarezzando la parete di legno.
Questo buio non esiste, è qui per salvarti.
La testa è pesante e non smette, per tutti gli anni ad annaspare.
Allora sii presente,
quando il respiro t’imprigiona:
non ti salvi
se non stai affogando.

I giorni forti per finta. Ne ho addosso l’odore, stretti in un pugno insieme al rosario. So essere forte, per finta. Rincorro fili impigliati nell’angoscia, adesso, per finta li sciolgo. Ma a che costo. Che costo.
Non si impara, per tutta la vita, a stare a galla nel liquido amniotico del mondo.
Se un giorno mi dovessi incontrare, ti mostrerei la cura antica prima degli addii e tutte le specie di fiori che fioriscono sulla mia pelle quando addosso ho un altro respiro. Se un giorno il blu del mattino dovesse dipingere la stanza, dovrai avere orecchie buone per sentire i miei sospiri stanchi, gratitudine.
Mi precederai sulla soglia della danza, tu che conosci il ritmo e le tempeste e il mare aperto.
Se un giorno. 
Ti chiederò perché dimentichiamo gli stati di grazia per le inquietudini: le sere pesanti, per tanto tacere.
Tu saprai dirmi qual è la risposta ai domani, oggi che la strada si allunga senza misura, oltre il filo del mondo?
Dove sono gli attimi di redenzione? Quando ero nient’altro che una cosa segnata come un faro spento tra due lembi di cielo.
E sapevo tutto.
brecce che non so, alle quattro e dodici di questo mattino buio e sconosciuto,
smarrita
tra parole in tempo di silenzio
ho dimenticato
il dolore
che mi fece da casa.
scrivo, disillusa, spaventata,
irrequieta
nella fretta, per non soccombere.
dove sono?
canzone incompiuta
perché la strada è ancora lunga
e questa estate
sta finendo.
dove sono?
sono orfani i punti in cui non
mi sfiori
come se fossi
un concetto
scontato.
dov’è la solitudine
che m’insegnò l’edificazione
e la distruzione
delle ore
e mi rimise
sui binari solidi
del mio corpo?
sono smarriti
i pomeriggi grandi di solfeggi dell’anima
dentro i quali sguazzavo
con una calma
bambina,
saggia come una vecchia,
grata come una rosa.
non è più il tempo
di soffrire
e le preghiere 
cambiano.
Ho trovato la pace solo nelle fessure del legno, ovunque il buio sporcasse la luce, il suono, il bianco. 
Mi rassicura ciò che si nasconde, i concetti alti senza un nome, le mani leggere che mi accarezzano il viso.
Come una brezza autunnale, ciò che abita nel sonno, mi ricorda che il silenzio è l’unica via.
Andare tra la gente senza rompermi,
integra come un giglio
tra le costole.
Il mio corpo è la resistenza, la ribellione, l’orgoglio.
Ho piantato dentro
un piccolo seme per il futuro 
e un sussurro nel tuo orecchio:
sono qui, ora.
Esistere senza interruzioni
di gioia, di vestiti, di vuoto,
ascoltando cinguettii
d’estate
tra questi innumerevoli muri.
Tutto passa attraverso il sangue:
la prigione e l’oblio, il velo rosso stretto sul capo e
l’aria aperta tra
le nuvole.
Sulla mia carne e quella
delle mie sorelle
banchettano corvi accorati,
mentre siamo ancora in vita,
figlie di nessuno,
proprietà della terra.
La libertà e la rabbia nelle nostre vene
e mattini di tregua
nel buio della casa.
Quello che non ho scritto, quando le parole erano nemiche sadiche del mio tempo, ora scalcia e sa di sangue e lacrime e di gloriosi vagiti.
Mi paralizza parlare di vergogna, sentirmi un rompicapo trascurabile, persino inutile, lasciato ad attendere invano sull’ultimo gradino di una lunga scala.
Spesso ho alzato lo sguardo per guardare negli azzardi di tutto il potere che ho dato via, per un po’ di amore.
Questa è la vergogna: insulso precipizio sempre in agguato, fiori appassiti e rassegnazione. Di inettitudine delle cose piccole, di ogni fiato per dire tutto, sulle macerie delle ricadute.
Ora che i pomeriggi si dilatano minuziosamente nel giallo, ho occhi stanchi e senza fondo: guardo i pezzi di me che si volatilizzano inesorabili e lenti, penso all’espiazione ancora da scontare per il dono illimitato di due braccia che mi tengano insieme.

In piedi
sul letto secco
del torrente,
davanti a me
i miei stessi pensieri
sul tuo viso.
Mi guardavi.

Dov’era
tutto il mondo
rispolverato
dall’immondizia
per l'inganno
d'illusioni
verdi?

Com'è strano,
pensavo,
pensavo, pensavo.
L'ultima
a chiudere
la fila.
Com'è strano.

Guardarti in faccia,
qui,
in mezzo
a sentieri
di carcasse
del tutto inutili
a ritrovare la via.

Cos'era?
Un bue?
Scheletri di macchine,
corvi in cielo,
amianto
sotto.
Altro non ricordo.

É questo
che siamo,
allora?
Non mi piace
guardarci in faccia.
Torniamo.
Torniamo indietro.

Tua madre
non si ferma,
com'è strano:
non parla.
Il pensiero
terrorizzato:
starà piangendo?

Nell'incedere
delle sue sei
primavere
spese
ad urlare:
venite avanti,
sembra voler dire.

Non mi piace
guardarci in faccia
in questo degrado
che nessuno dice
mai.
Torniamo indietro,
a fingere.

Venite avanti,
dicono le spalle di tua madre.
Questo
è quello da cui scappate,
codardi.
Questo
è quello che siete.

Sono grata alle epifanie silenziose di un tempo di carta.
Sguardi verso est al mattino, di notte ondeggio nelle stanze ostili che mi tengono in vita.
Aspettare rimane la parola più difficile da esorcizzare, negli interstizi miserabili dei giorni che si allungano.
Aspettare è un segreto incartato con cura: si rivela solo sui muri, nelle piante che sopravvivono, nei sussurri sul filo del pulviscolo.
Sono grata per la calma anestetizzante dei libri e le carezze dei tormenti altrui. Rendo grazie a tutto ciò che non ho: per le catene che mi trattengono ai muri portanti delle mie fortune, per le poesie scritte con il sangue.
A Luis



L'inquantificabile peso del cielo si annulla ogni volta nell’epico viaggio delle tue pupille, limpide e determinate ad annullare l’insondabile limite.
Tu mi hai regalato
macchie di cibo sulle scarpe,
una ribellione puntuale per il mio maglione nero,
un puntino arancione sul braccio destro,
la fiducia.
Le volte che ho pregato, nello spazio sacro del tuo sonno, ho chiesto a Dio di insegnarmi il tuo immenso talento di correre senza fretta.
Di diffondere il sole con le dita.
Di fare incetta di tutto l’amore che serve.
Di neutralizzare le pericolose paralisi dei se, come la mattina che ti ho conosciuto e ti sei svegliato sorridendo.
Sacri i corpi, la terra, gli ulivi.
Chi viola, occupa, ferisce
non sarà
mai
benedetto dal vento.
L'Universo ha un’espressione severa e chiara e
raramente
sorride quando i suoi precetti, come un miracolo, vengono recepiti.
È un ingrato lavoro aprire occhi: la luce arriva sempre in ritardo e troppo si perde, non visto. 
Anche i grazie.
Di recente mi ha insegnato una formula che ha a che fare con l’abbandono di ogni resistenza per ricevere calore e tutti gli altri suoi fondamentalissimi derivati.
La difficoltà principale e la stessa salvezza è il tempo: simile nella costruzione e nella distruzione, mi ha rapita, stamattina, imprigionandomi nel pensiero di te.
Ascoltavo Two for the road e vedevo davanti a me una strada inondata dal sole perché ti ho lasciato negli angoli delle cose, illudendomi che ti avrei ritrovato sempre in posti privi di ombre.
Questo è il tempo, mi ha sussurrato all’orecchio buono, l’Universo, e non sorrideva ma aveva il tono fiducioso delle madri quando sanno.
Questo è il tempo, mi dico, costruendo corazze contro gli specchi, giurando sulla relatività dei secondi.
Come se fossi una preghiera ti ho lasciato negli angoli delle cose e non l’ho detto a nessuno.
Bambina, sotto le spigolose linee del mento che ti diede tuo padre, attendono pazienti già migliaia di lacrime minacciose come stalattiti.
L’estate della tua vita non ti ha dato ancora un sole tanto caldo da scioglierle.
Tu continua a modellare i silenzi come un orefice, nell’inaspettato fai vagare i tuoi occhi avventurosi e poi rincorri il mio fianco. Mostrami ciò che sai: il perdono, il dolore, la perduta arte di guardarsi ancora allo specchio con serenità.
Troppe volte ti è stato fatto credere di essere uno sbaglio, ma è uno sbaglio il primo fiore di ciliegio?
In questa vita voglio generare parole, incapace di essere più consapevole, concisa e lapidaria di così. 
Il resto dei propositi sbiadisce e scompare dietro l’enorme torre bianca dove mi sono barricata per cercare di comprendere.
Mi fanno compagnia il profumo di fiori selvatici, muri di tela bianca, in mezzo alle costole una macchina da scrivere.
Dio, salvami da notti senza poesia: i precipizi, se non ci sei, mi uccidono. Mascheriamo le disperazioni floride e tacite con gare di sopravvivenza ed il premio è un altro giorno da cancellare.
In un punto dietro la mia schiena riponi l'equilibrio delle danze astrali: col tuo dito sorreggimi quando al mondo oscillo.
Crea per me imprevisti, giorni di penombra, cieli disonesti e irregolari.
Poi, regalami aurore.

Tra le cose sacre che ho perso, negli angoli desolati della rassegnazione, ci sono i tentativi di voli da alture assolute: desiderio tenero di annullare l’aria per metterla in parole, modellarne la materia su un foglio, per l’illusione. Di ciò che sono stata quando sapevo, con disonestà, respirare fino in fondo e poi lanciarmi.
Ho molto ancora da comprendere dei moti invisibili del bello che mi tradirono, lasciandomi inadeguata: accesa solamente di una verità tardiva e crudele che tira di continuo i freni. Cos’ero prima di arrendermi alle armi impari puntate addosso dal mio ridicolo riflesso?
Sembra un’altra vita, quella in cui esistevo sorretta da un paio di ali illusorie.
Non mi salvarono i voli ma il cemento.

È un'ennesima primavera prematura, questa degli imprevisti benedetti contro ogni buon senso.
Mi protegge questa città, il concetto della tua assenza, il rimpianto che mi insegna la perseveranza. 
Le preghiere contro la fretta, la parola Pace ripetuta come un mantra.
Qui, nei giochi d’ombra che mi inondarono di silenzio, ferma sul ciglio strettissimo di una vita miserabile e sospesa come campi arsi da crudele siccità, è dove incontrai Dio e non lo riconobbi.
Nei tempi lenti in cui emersi, dopo, dal seme, riuscii a sentire il Suo peculiare modo di bussare, le risposte della luce, le strette fessure sul legno mentre si allargavano.