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Nell’acciaio sferzante del mattino sussurrami, pericolosa, all’orecchio: cos’era il tempo lontani, se non un mostro senza occhi?
Parlami piano di quanto mi hai atteso, ti dono in cambio la scontentezza sterminata di un’esistenza senza il tuo tocco.
Sottovoce, promettimi di soggiogare i giorni insieme.
Tu che puoi vedere dietro il velo,
attraverso il fuoco.

Nella notte dei lunghi riverberi ero a mani nude quando toccai l’antimateria del tuo odore. 
Il concetto della tua vicinanza prese forma sostituendo ogni mattina futile e amara della mia vita: non esisterono per me né il peso di questo corpo, né più l’indigestione di stare al mondo.
Il Prodigio delle tue guance vicino al mio naso, emerse nel buio vittorioso da decenni di fiero abbandono e mi guardò tenero e audace, tra le macerie, chiamandomi per nome.
Io ero Mansueto, Docile, mosso nel profondo da occhi che esitavano: mi riconoscevo allo specchio di voci che dicevano parole buone, ti accarezzavo passando il dito sulle rose selvatiche.

Rimani sotto la luce tenue del mio cuore: non so come si prega, ma prenderti per mano è un buon inizio. 
Tu mi guardi per uccidermi, al principio del mattino, e morire è il sollievo di arrendermi.
Rimani nel non-detto, cioè dove custodisco la mia infanzia e scopri ogni cosa che è nascosta sotto i grandi tavoli di quercia e le tovaglie immacolate. Poi dimmi tutto: del vento che agitava gli ulivi, del fiato corto, del giorno in cui ho abbassato lo sguardo per la prima volta nella vita.
Di noi due, solo tu hai occhi buoni: guarda. Portami in salvo dai respiri dimezzati perché io possa parlarti delle deviazioni che finivano in un burrone.
Non conosco vita se non quella scritta sulla pelle liscia e sacra delle tue palpebre.
Chiamo casa l’ombra di una quercia secolare, il legno sulla spiaggia sbiadito dalla salsedine, la solitudine di un mare notturno: riporta parole agrodolci che non voglio sentire.
Casa è dove fa male, diceva una canzone una volta. Non mi è bastata una vita intera per convincermi a parlare delle astratte dispute del cuore.
Chiamo casa la tenerezza con la quale mi parli tu che usi una lingua franca che conobbi anch’io quando venni al mondo. Il primo tocco di mia madre mi aprì la vista sul lungo filo ignoto dei giorni e fu, tuttavia, l’unica cosa che mi rimproverò, quella tenerezza, in nome di un’utopia possente e dissoluta che mi facesse navigare sempre in acque cattive. Imparai, da quell’inverno mite e profumato, la grazia dell’onda contro la roccia, il sollievo dello sporco addosso.
Chiamo casa le tue mani che raccolgono il mio viso come se fosse grano caldo.
Casa è la preghiera che esaudiscono i baci tuoi, fermi in un punto chissà dove sotto il mio occhio destro. Mi tormenta l’incauta idea d’essere immeritevole di bonaccia e respingo come acqua tra i remi te che sei tutt’intorno.

Sotto le arcate dei tuoi occhi vedo una casa che non ho più.
Non parliamo mai della stanchezza di cose che si perdono, costruiamo nidi inconsapevoli tra i giorni, dimentichiamo di annaffiare le piante.
A volte sguazziamo al centro degli equilibri, piangiamo di vergogna, di resa, di riconoscenza e, figli delle ricorrenze, ci facciamo male allo stesso unico modo.
Ricordi quando t’assentavi e io cercavo Dio nella direzione del tuo sguardo?
Ricordi le analisi infinite per sviscerare gli strati velati del mondo e strapparci di dosso il silenzio?
Ho cercato nelle tasche dei miei pantaloni una speranza finale, una luce definitiva, un mistero letterale al quale credere. Non la sorpresa del vuoto che è sempre stato pieno di qualcos’altro di cui conoscevo il nome solo per metà.
Se chiudevo gli occhi mi allineavo alla tua traiettoria, mi scorrevano nel buio immagini oltre i finestrini in movimento, mi ritornavano alla mente gli orologi che hanno scandito, severi, il tempo da salvare. Mi basta girare il capo per ritrovare il punto in cui sono morto con te un giorno che ci siamo uccisi a vicenda ed eravamo già assolti. Già morti, in piedi sul marciapiede a contare le macchine nel limbo apatico tra una fuga e l'altra.
Non avevo mai capito che la morte non è ciò che va, ma ciò che resta. Perderti è stato come scalciare forte per risalire in superficie, come avere un attacco di panico per mesi: ti ho persa combattendo per non inspirare.
Cercavo Dio nella direzione del tuo sguardo, nel petto mi sono fioriti fiori selvatici un pomeriggio, quando l'ho trovato esattamente dov'è sempre stato: nei giochi d'ombra sul soffitto, a concepire il mio ritorno.